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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

Solo quindici giorni fa, in Consiglio regionale, la Giunta rassicurava tutti sul cronoprogramma dello Scolmatore del Bisagno. Oggi scopriamo una realtà drammaticamente diversa: il cantiere procede a singhiozzo. La talpa avanza a malapena di 5-6 metri al giorno, subisce fermate tecniche continue e si profila il rischio concreto di dover bloccare tutto per mesi.

Siamo di fronte a un fatto grave e inaccettabile. Da tempo poniamo domande precise su costi, gestione e smaltimento del materiale di scavo, e sulla totale assenza di chiarezza in merito ai controlli ambientali. La risposta è sempre stata un muro di opacità.

Di questo passo, è evidente che l'infrastruttura non vedrà la luce nei tempi stabiliti dall'ultimo, ennesimo cronoprogramma. A farne le spese, ancora una volta, saranno i cittadini, costretti a farsi carico di ulteriori costi e a vivere nell'incertezza per la propria sicurezza.

Ho depositato un'interrogazione formale: Marco Bucci e l'assessore Giampedrone devono venire in aula a chiarire, senza vie di fuga, se dal 1° gennaio 2027 lo scolmatore sarà in funzione per gestire le emergenze, oppure se hanno mentito alla città per l'ennesima volta.

La sicurezza idrogeologica del nostro territorio non tollera ulteriori rassicurazioni surreali. Serve la verità.
Il 27 aprile 1937 si spegneva Antonio Gramsci, consumato dagli stenti dei lunghi anni di prigionia a cui lo aveva condannato il regime fascista. "Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent'anni", aveva ordinato il Tribunale Speciale di Mussolini. Hanno distrutto il suo corpo, ma non sono riusciti a scalfire di un millimetro la potenza del suo pensiero.

Oggi, ricordare Gramsci non può e non deve ridursi a una celebrazione rituale. La sua eredità politica ci impone di rimettere al centro l'antifascismo militante non come semplice retaggio del passato, ma come necessità assoluta del nostro presente.

Di fronte a chi cerca costantemente di riscrivere la storia, normalizzare la barbarie del ventennio e svuotare di senso le istituzioni democratiche, l'antifascismo non può limitarsi alla sola memoria: deve farsi prassi, organizzazione e militanza quotidiana.

L'indifferenza e il disimpegno sono ancora oggi le armi più preziose nelle mani di chi vuole smantellare i diritti e i valori costituzionali. Il modo più autentico per onorare Antonio Gramsci è raccogliere il suo testimone sul terreno dell'impegno politico e sociale, analizzare lucidamente le storture e le disuguaglianze del nostro tempo e costruire un'alternativa reale.
Una piazza Matteotti piena, viva, oltre 10.000 persone. Una Genova bellissima nel giorno della Liberazione. Parole forti e intense quelle di @benedetta_tobagi e della sindaca @silviasalis, capaci di tenere insieme memoria, verità e responsabilità, come richiamato con rigore da Mino Ronzitti e @massimobisca.

A tentare di rovinare questa giornata arrivano, puntuali, le dichiarazioni di esponenti di quella destra che in piazza non si è vista: parole piene di rancore e ipocrisia, mascherate da richiami alla “coesione”. Ma mentre le piazze si riempiono, Fratelli d’Italia e Lega non ci sono: assenti o altrove, lontani da una ricorrenza con cui, con ogni evidenza, molti di loro non hanno mai fatto davvero i conti.

I fischi ci sono stati, forti come non mai. È vero. Ma le piazze sono luoghi vivi, non cerimonie blindate. E se qualcuno contesta il presidente Bucci, è perché percepisce ambiguità sempre più gravi. E mentre il presidente del Consiglio regionale Balleari arriva a definire durante una seduta solenne l’antifascismo “anacronistico”, il segretario d’aula dello stesso Consiglio regionale Vaccarezza, oggi sceglie di andare ad Altare a rendere omaggio ai repubblichini di Salò.

Il 25 Aprile è una festa per tutti, ma non è una festa “di tutti”. Non lo è per chi continua a evitare una presa di posizione chiara sull’antifascismo. La Resistenza non è un terreno neutro, è una linea netta. E chi cerca di cancellarla si chiama fuori da solo.

Per questo lo ribadiamo oggi più di ieri: non prendiamo lezioni dagli eredi del fascismo. Punto.
Le parole non sono neutre. Soprattutto quando definiscono le fondamenta della nostra democrazia. Oggi, 25 aprile, sentiamo il bisogno di ripartire dal significato autentico e politico di un termine che qualcuno vorrebbe svuotare o normalizzare: Liberazione.

Non è una ricorrenza pacificata né un semplice ritorno alla normalità. È l'atto di insurrezione che ha sconfitto la barbarie nazifascista. È una scelta di campo che non ammette l'indifferenza della "zona grigia" o le ambiguità dei revisionisti. Rivendicare questa definizione significa difendere la nostra storia e il nostro futuro.

Buona Liberazione a chi sceglie, ogni giorno, di stare dalla parte della democrazia e della Costituzione.
Nella notte tra il 23 e 24 aprile a Genova veniva approvato l’ordine d’insurrezione del CLN, dando inizio alla liberazione della nostra città dallo spettro del nazifascismo.

Sono i giorni in cui Genova ha scritto una pagina unica della storia italiana ed europea, costringendo alla resa le truppe tedesche prima ancora dell’arrivo degli Alleati.

In quelle ore drammatiche e decisive c’erano donne e uomini comuni, operai, studenti, staffette, partigiani. C’era un popolo che aveva deciso da che parte stare.

Tra quelle donne e uomini c’era Nina Bardelle, partigiana genovese. Una ragazza giovanissima, un’operaia, una donna che nella lotta di Liberazione ha messo coraggio, intelligenza e un’instancabile sete di libertà.

La sua storia ci parla di una Resistenza fatta a di organizzazione, solidarietà, rischio quotidiano, sabotaggi, sostegno ai compagni, disciplina e coraggio, anche nei momenti di paura. La storia di Nina ci ricorda che la libertà non cade mai dal cielo. È stata conquistata da chi ha avuto la forza di ribellarsi, di scegliere, di non voltarsi dall’altra parte. 

Sta a noi, oggi, far sì che quella storia non venga infangata da chi, ogni giorno, prova a sminuirne il peso e l’attualità nella nostra vita democratica. A loro diciamo forte e chiaro: Genova sa e saprà sempre da che parte stare.
Le parole pronunciate dal Presidente del Consiglio regionale Stefano Balleari durante la seduta solenne per il 25 Aprile sono indegne e rappresentano una grave offesa alla memoria della Resistenza.

Definire l’antifascismo "anacronistico", alimentando una narrazione assolutoria dei crimini del regime, suscita solo un profondo disgusto.

Ad essere fuori dal tempo non è l’antifascismo, ma il fatto che l'Assemblea legislativa della Liguria sia presieduta da chi non riesce a prendere nettamente le distanze dal fascismo e dai suoi crimini.

È il “Modello La Russa”: quello che mentre evoca la “pacificazione” tenta di riscrivere la storia, rimuovendo i crimini, i morti, i rastrellamenti, i treni per Auschwitz, Birkenau, Mauthausen, arrivando a cancellare la memoria fondativa della nostra Repubblica nata dalla Resistenza.

Sulla difesa della storia, della Costituzione e dei valori della nostra Repubblica non faremo mai un solo passo indietro.
La propaganda della destra crolla giorno dopo giorno. Oggi tocca al "Piano Mattei": gli eredi del fondatore dell'Eni hanno inviato una formale diffida alla Presidenza del Consiglio, intimando a Giorgia Meloni di smettere di usare il nome di Mattei per coprire politiche che sono l'esatto opposto di ciò che ha storicamente rappresentato per l'Italia.

Le parole della famiglia smascherano la finta sovranità sbandierata dalla destra. Mentre negli anni '50 Mattei sfidava i monopoli internazionali per costruire una vera autonomia, oggi il Governo Meloni mostra una totale subordinazione agli Stati Uniti.

Un'ipocrisia che si riflette anche nelle relazioni con l'Africa: Mattei costruiva rapporti paritetici, formando i giovani locali, mentre l'attuale esecutivo usa il continente solo come arma per la propaganda sull'immigrazione, vendendo ai cittadini quella che gli eredi definiscono giustamente una "scatola vuota". Tutto questo mentre assistiamo inermi alle grandi tragedie internazionali, a partire dal genocidio in Palestina e alla distruzione in Libano.

È inaccettabile strumentalizzare chi ha fatto la storia industriale e politica del nostro Paese per nascondere il vuoto totale di questo Governo. Capisco che, soprattutto nella settimana del 25 aprile, la voglia di questa destra di riscrivere la storia sia forte, ma non si può fare.
Nessun omaggio ai criminali di Salò.
Le parole del Presidente del Senato La Russa sono inaccettabili. Parlare di "pacificazione" mettendo sullo stesso piano chi ha combattuto per la libertà e i criminali nazifascisti della Repubblica Sociale Italiana è un insulto alla nostra storia.

In Liguria, che ha pagato un prezzo altissimo per la Liberazione, la memoria delle stragi e delle deportazioni non si tocca. Su quel sacrificio si fondano i nostri valori democratici.

Per questo, oggi in Consiglio Regionale ho depositato un ordine del giorno per impegnare la Giunta a non partecipare ad alcuna commemorazione per i caduti della RSI, chiedendo a tutta l'aula di votarlo senza ambiguità.

Il 25 aprile è e resta la festa della Liberazione. Sulla Costituzione e sulla Resistenza non accetteremo mai compromessi o pericolosi revisionismi storici.
Altro che “modello Liguria”. Il carro d’opera che deraglia nella galleria durante il sopralluogo tra Principe e Brignole è una perfetta fotografia di come vengono gestite le infrastrutture in Liguria dal duo Rixi-Bucci: molta scena, poca sostanza. E quando la scena salta, spariscono anche i protagonisti.

Il viceministro Edoardo Rixi e la regia delle infrastrutture liguri riescono nell’impresa di trasformare l’agognata passerella in una surreale figuraccia. Nel frattempo, chi lavora e chi informa resta ad aspettare. Senza spiegazioni, senza rispetto, senza risposte.

Basta un guasto qualunque e si ferma tutto. Treni, sopralluoghi, e - a quanto pare - anche il coraggio di metterci la faccia.
La Liguria merita opere che funzionano. E istituzioni che, almeno, non scappino al primo guasto.

(Un abbraccio e un augurio di pronta guarigione a @silviasalis, che ha rimediato una forte contusione alla schiena, certi che già da domani sarà di nuovo in Sala Rossa, combattente come sempre).
Oggi @repubblica_genova dedica uno spazio a un tema molto sentito dalle famiglie liguri: le inaccettabili difficoltà di accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

Nella nostra regione, quasi il 40% delle coppie è costretto a rivolgersi fuori regione o al privato, un dato che doppia la media nazionale. A causa di liste d'attesa infinite che portano a superare i limiti di età e dell'assenza dell'eterologa nel sistema pubblico, chi desidera un figlio è costretto ad affrontare spese che arrivano fino a 10 mila euro.

Di fatto, si sta progressivamente privatizzando un servizio essenziale, creando una sanità a due velocità ed escludendo chi ha minori risorse economiche.

Le politiche per la natalità non si fanno con vuote dichiarazioni di principio. Per questo, domani in Consiglio Regionale discuteremo il mio ordine del giorno per pretendere tempi certi, l'avvio immediato dell'eterologa pubblica e misure di sostegno concrete.
Vi terrò aggiornati.
È online ora il nuovo numero di Strada per strada.

A pochi giorni dal 25 aprile, ho sentito il bisogno di partire da qui: dalla memoria viva e dal senso profondo della nostra democrazia. A Genova questa responsabilità passa anche dalla capacità di costruire una città più aperta e più accessibile, capace di parlare alle nuove generazioni attraverso la partecipazione.

Nella newsletter racconto anche la direzione che sta prendendo Genova con l’amministrazione Salis: una visione culturale nuova, diffusa nei quartieri, lontana dalla propaganda e finalmente capace di investire davvero sui giovani e sui linguaggi contemporanei.

Ma mentre noi proviamo a costruire futuro, continuiamo a fare i conti con i disastri lasciati dalla destra: trucchi contabili, buchi di bilancio, opacità nella gestione delle fondazioni culturali e un uso distorto delle risorse pubbliche che oggi rischia di ricadere sulla pelle di centinaia di lavoratrici e lavoratori.

Anche da qui passa la differenza tra chi usa le istituzioni per fare propaganda e chi invece prova a rimetterle al servizio della città, con serietà, trasparenza e visione.

Nella newsletter approfondisco tutto questo. Trovate il link in bio per iscrivervi.

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C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

Servono spazi in più per ascoltarci, informarci, sentirci parte di una comunità politica che vuole cambiare davvero.

Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

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Simone D'Angelo