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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

Oggi la lectio magistralis di inaugurazione dell’anno accademico è stata affidata Paolo Ardoino, CEO di Tether e figura legata agli ambienti politici e finanziari di Donald Trump.

È una scelta sconcertante quella del Rettore dell’Università di Genova, Federico Delfino.

Una scelta che suona ancora più provocatoria alla vigilia del 25 aprile. Mentre il nostro Paese si prepara a celebrare la Liberazione dal nazifascismo, il super ospite dell'Ateneo genovese sarà atteso a Mar-a-Lago, al fianco di Trump, per iniziative legate ai "TrumpMeme", le criptovalute del Presidente degli Stati Uniti.

Il nostro Ateneo ha il dovere di essere un presidio di pensiero critico, indipendenza culturale e difesa dei valori democratici, come ha ricordato nel suo intervento il Presidente della consulta degli studenti, @fradevoti. E non la cassa di risonanza di opache speculazioni.

La decisione del Rettore Delfino non è stata solo profondamente sbagliata, ma è totalmente contraria all’identità e alla storia dell'Università di Genova, da sempre punto di riferimento etico e civile per l'intera comunità ligure.
Lo abbiamo visto al referendum: in Italia, il diritto di voto è ancora troppo spesso una scelta economica. Uno studente o un lavoratore fuorisede non può essere costretto a pagare centinaia di euro di treno o aereo per poter esprimere la propria opinione. In un Paese già afflitto da una disaffezione politica crescente, l'astensionismo involontario di chi vorrebbe votare ma non viene messo nelle condizioni di farlo è una ferita democratica inaccettabile.

Eppure, la risposta delle ragazze e dei ragazzi è stata straordinaria e ha smontato i loro piani. Quasi 30.000 giovani si sono iscritti come rappresentanti di lista pur di riuscire a votare. Tantissimi altri hanno fatto enormi sacrifici economici per tornare a casa e bocciare la controriforma, mandando un vero e proprio avviso di sfratto a questa destra.

In Consiglio regionale, con @robertoarboscello e il @gruppopdliguria, con il sostegno delle ragazze e ai ragazzi dei @gd_genova, abbiamo presentato una proposta chiara in Regione Liguria per impegnare il Parlamento italiano a intervenire rapidamente e in modo strutturale.
Il diritto di voto deve essere accessibile e garantito a tutte e tutti.
Sulla tassa d’imbarco Marco Bucci prova ancora una volta a riscrivere la realtà. Prima firma accordi e prende impegni, poi fa finta di dimenticarsene e scarica tutto sull’attuale Amministrazione.

La verità è semplice: la tassa d’imbarco è una misura necessaria e di giustizia. Chi utilizza infrastrutture pubbliche e genera costi per la città deve contribuire concretamente. Sostenere il contrario significa voler far pagare tutto ai cittadini.

Genova non può continuare a subire il peso della propaganda e dei conti lasciati in disordine.

Fa impressione vedere Bucci commentare ogni giorno quello che accade a Genova, mentre da presidente della Regione continua a rimuovere le emergenze vere della Liguria: sanità in difficoltà, infrastrutture ferme, trasporti al collasso, giovani sempre più costretti a partire.

Problemi che meriterebbero un vero Presidente di Regione, non un influencer.
A Genova e in Liguria spariscono 13 milioni di euro dei 970 milioni di euro che il Governo Meloni ha deciso di scippare al recupero delle case popolari, per dirottarli sulle spese legate ai conflitti internazionali.

Questi fondi servivano a sistemare urgentemente circa 600 alloggi popolari, in una regione dove oltre 2.000 case pubbliche restano vuote e inagibili. Tutto questo accade mentre l'emergenza abitativa cresce, gli affitti schizzano alle stelle, gli sfratti aumentano e migliaia di famiglie vengono lasciate sole.

È la solita ricetta della destra: tagliare sui cittadini più fragili. Dall'inizio della legislatura hanno azzerato il fondo per il sostegno all'affitto, cancellato quello per la morosità incolpevole, e ora tolgono persino le risorse per ristrutturare le case di chi ne ha più bisogno.

Di fronte a questo scippo, il Presidente della Regione Marco Bucci tace. Un silenzio grave e complice. Invece di difendere i diritti dei liguri e pretendere le risorse promesse, la Giunta regionale abbassa la testa e accetta passivamente le decisioni di Roma.

La casa è un diritto fondamentale, non un bancomat da cui attingere per coprire altre spese. Pretendiamo che il Governo restituisca immediatamente i 13 milioni e che la Regione si svegli dal torpore complice. Come opposizione non staremo zitti: continueremo a batterci in ogni sede affinché il diritto all'abitare torni a essere una priorità anche in Liguria.
Abbiamo incontrato in queste settimane l’Italia migliore, quella di tante giovani e tanti giovani che hanno scelto l’impegno di fronte alla prepotenza.

Adesso, quest’onda di riscossa civile non si fermi.
Ha vinto il No. La riforma Meloni-Nordio è stata respinta.

È il voto della speranza, ma soprattutto il voto dei giovani: migliaia che si sono mobilitati, che hanno fatto i rappresentanti di lista fuori sede, che hanno speso tempo e soldi pur di tornare a casa ed esserci.

Perché questa non era solo una pessima riforma: era la richiesta di un mandato pieno per mettere mano alla Costituzione, dalla magistratura al premierato, dall’autonomia a una legge elettorale-truffa.

È una sconfitta netta per il governo. È una vittoria limpida per la democrazia.

Oggi ha parlato l’Italia. E ha scelto, senza esitazioni.

Viva la Costituzione antifascista.
La destra ci racconta che il referendum sulla Giustizia serve solo a separare le carriere dei magistrati, ma la realtà è ben diversa: la riforma Nordio rappresenta un attacco diretto e senza precedenti all’autonomia e all’indipendenza del potere giudiziario.

E tutto questo avviene proprio mentre, in queste ore, emergono vicende inquietanti che coinvolgono il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, tra polemiche, versioni contraddittorie e ombre di rapporti con la mafia che riportano alla peggiore tradizione della destra nera del dopo-guerra nel nostro Paese. Quando il potere si sente esposto, la reazione è sempre la stessa: indebolire chi controlla, chi indaga, chi racconta. La stampa e la magistratura diventano bersagli. Ed è esattamente la magistratura che oggi questa destra vuole colpire.

Questa legge non fa nulla per risolvere i veri problemi dei cittadini. Non accorcia i tempi infiniti dei processi e non porta nuove risorse nei tribunali. Al contrario, rischia di trasformare il pubblico ministero in una figura interessata più alla condanna che alla ricerca della verità. E a pagarne il prezzo saranno, come sempre, i più vulnerabili.

Il vero obiettivo del Governo è un altro: sottomettere i giudici al potere esecutivo. È l’ennesima dimostrazione di una destra intollerante ai controlli di legalità, allergica ai limiti e pronta a smantellare i pesi e contrappesi democratici pur di garantirsi una giustizia su misura.

L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per tutti i cittadini: è ciò che rende la legge davvero uguale per tutti.

Non possiamo permettere che questo principio venga messo in discussione.

Domenica 22 e lunedì 23 marzo andiamo a votare in massa. VOTIAMO NO.

Difendiamo la nostra Costituzione.
I dati presentati al congresso della Uiltucs certificano quello che diciamo da tempo: mentre gli arrivi turistici continuano a crescere, chi lavora nel settore vive in una condizione di drammatica precarietà. 

Nei servizi di alloggio e ristorazione la retribuzione media in Liguria supera a stento gli 11.000 euro all'anno, a fronte di appena 183 giornate lavorate. A pagare il prezzo più alto sono gli under 40, che percepiscono solo il 63,9% dello stipendio rispetto ai colleghi più anziani.

La crescita del turismo è una risorsa importante e chi vi opera merita dignità. Tuttavia, pensare di fondare l'intero sviluppo economico della Liguria esclusivamente su questo settore è un errore strategico imperdonabile, alimentato in questi anni dalla destra al governo della Regione.

L'economia ligure ha un disperato bisogno di tornare a crescere puntando con forza sull'industria, sulla manifattura, sull'innovazione e sulla ricerca.

Il risultato di questa totale assenza di visione da parte di chi governa è già sotto i nostri occhi: i nostri giovani sono costretti a scappare altrove per cercare un impiego dignitoso, mentre le nostre città si svuotano di residenti, con un mercato immobiliare drogato dagli affitti brevi turistici. 

Non possiamo rassegnarci a essere esclusivamente il luogo di vacanza di qualcun altro. La Liguria merita uno sviluppo economico reale, strutturato e diversificato, non una condanna al lavoro povero e stagionale.
Ho appena inviato la mia newsletter "Strada per strada". Quello che sta accadendo in Liguria, e più in generale nel Paese, delinea un quadro di gravità inaudita: la destra ha un'allergia sempre più profonda verso chiunque osi esercitare un ruolo di garanzia o di controllo.

Da un lato, a livello locale, assistiamo al tentativo sistematico della Giunta Bucci di intimidire e silenziare i giornalisti de Il Secolo XIX. Dossier confezionati con fondi pubblici, pressioni dirette sull'editore e bugie istituzionali. Un attacco inaccettabile alla libertà di stampa, aggravato dal silenzio del Presidente della Regione sul potenziale conflitto di interessi con l'editore, che è anche il principale operatore logistico della Liguria.
Dall'altro lato, a livello nazionale, assistiamo alla violenta offensiva del Governo Meloni contro la Magistratura. 

Il filo rosso che unisce Genova a Roma è evidente: svuotare la giustizia, imbavagliare la stampa, silenziare il dissenso e garantirsi l'impunità.

Nella newsletter approfondisco tutti questi passaggi. Trovate il link in bio per l'iscrizione. È nostro dovere opporci a questa deriva democratica e la vera risposta deve arrivare dalle urne: questo fine settimana, il 22 e 23 marzo, andiamo a votare e VOTIAMO NO per difendere la Costituzione.
Già nel 2024, con @natale.davide, @federicoromeo_ge  e @vittoriacanessa, avevamo denunciato pubblicamente che il progetto della Gronda rischiava di naufragare di fronte a un quadro economico e infrastrutturale mutato: discutere lo stesso tracciato dell'opera non poteva più essere considerato un tabù.

In in quei giorni la risposta della destra fu la solita: chiunque sollevasse perplessità sui ritardi o sui costi ormai esplosi veniva immediatamente iscritto d'ufficio al "partito del no".

Oggi, a distanza di due anni, il castello di carte crolla e ci dà ragione su tutta la linea. Il viceministro Edoardo Rixi è stato costretto ad ammettere in tv che il progetto attuale della Gronda "è da rifare" perché troppo impattante e costoso, proponendo lui stesso di accantonare il tracciato attuale per tornare a vecchie ipotesi scartate decenni fa.

È la certificazione definitiva del fallimento di quella classe dirigente. Per anni si sono autoproclamati "quelli del fare", hanno illuso i liguri raccontando che per far partire i cantieri mancasse solo una firma, e hanno tagliato nastri senza alcun rispetto per il territorio, pur di alimentare la loro perenne campagna elettorale.

Il risultato di questa arroganza è che oggi, nel 2026, la Liguria si ritrova al punto di partenza. Hanno fatto perdere alla nostra regione anni preziosi, isolando sempre di più i nostri cittadini e le nostre imprese. La nostra regione ha un disperato bisogno di infrastrutture vere e sostenibili, non di finte inaugurazioni o di annunci che non diventano mai realtà: chiedano scusa ai liguri per il tempo e i soldi sprecati.

La mia newsletter

C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

Servono spazi in più per ascoltarci, informarci, sentirci parte di una comunità politica che vuole cambiare davvero.

Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

Non io. Noi

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Simone D'Angelo