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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

Le parole di @silviasalis sono nette e giuste: a Genova non c’è spazio per chi si pone fuori dal perimetro della Costituzione e usa la politica come strumento di intimidazione e di provocazione organizzata.

Dopo la sentenza di Bari, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deve dimostrare lo stesso coraggio istituzionale che ebbe Emilio Taviani nel 1973, quando - dopo una sentenza di primo grado - sciolse Ordine Nuovo per violazione della legge Scelba.

Oggi, dopo la condanna del Tribunale di Bari per riorganizzazione del partito fascista e per l’uso del metodo squadrista, lo Stato non ha più alcuna giustificazione per continuare a tollerare CasaPound.

È una questione di legalità costituzionale.
È una questione di credibilità delle istituzioni.

Lo ha detto con assoluta chiarezza @fornaro62: Piantedosi deve sciogliere CasaPound.

Questo è il precedente politico e istituzionale: Taviani non esitò. Oggi non esistono alibi, non esistono scuse, non esistono rinvii.

A Genova, come ha ricordato Salis, non si sta discutendo di libertà di opinione. Si sta difendendo la democrazia, la sicurezza delle istituzioni e la storia di una città Medaglia d’Oro alla Resistenza.

Il tempo delle parole è finito.
Adesso tocca al Governo.

Sciogliere CasaPound non è una scelta politica. È un obbligo costituzionale.
Abbiamo votato convintamente contro l'ordine del giorno di Fratelli d’Italia che vuole introdurre corsi di autodifesa nelle scuole. Non è un "no" alla sicurezza, è un "no" alla resa delle istituzioni.

Se la risposta della politica alla violenza giovanile e a tragedie come quella della Spezia è insegnare ai ragazzi come parare i colpi, significa che lo Stato ha alzato bandiera bianca. Significa ammettere che non siamo in grado di prevenire l'aggressività, ma solo di addestrare le vittime a reagire.

La scuola non è un ring. È il luogo dove si costruisce la cittadinanza, dove si impara la gestione dei conflitti attraverso la parola e non attraverso la forza fisica. Abbiamo chiesto di portare il testo in commissione per approfondirlo, per parlare di educazione all'affettività, di supporto psicologico, di presidi culturali. La destra ha detto no e ha tirato dritto.

La loro idea di sicurezza è un "si salvi chi può". La nostra è una comunità che educa al rispetto reciprico.
Le parole del Ministro Nordio, che ha definito il CSM un organo "para-mafioso" e regolato da "padrini", segnano un punto di non ritorno. Questa affermazione è un insulto intollerabile alla memoria dei magistrati uccisi dalla vera mafia, come Falcone e Borsellino. Ma non solo: è la prova definitiva di cosa si nasconde dietro questa riforma.

Se un Ministro della Repubblica considera la magistratura un'associazione a delinquere, il suo obiettivo può solo essere quello di controllarla e zittirla. Nordio è diventato il miglior testimonial involontario delle ragioni del NO. Le sue dichiarazioni dimostrano che la "separazione delle carriere" e la riforma del CSM, dietro la maschera del miglioramento dei processi, celano una deliberata volontà di sottomissione dei giudici al potere politico.

Il 22 e 23 marzo voteremo per impedire che la Giustizia finisca nelle mani di chi oggi la paragona alla mafia.
Fermiamo questa deriva eversiva.
È partito il nuovo numero di Strada per strada, dedicato interamente alla sanità ligure. Dobbiamo andare oltre i titoli trionfalistici della Giunta Bucci sulla riforma sanitaria, salvata dal Governo Meloni nonostante le critiche e scaricando i costi direttamente sui cittadini.

Il Ministero ha infatti bocciato gli stipendi fuori scala previsti per i nuovi super-manager, ma la Regione ha deciso di coprire la differenza utilizzando risorse proprie. Significa che fondi pubblici verranno tolti ai servizi essenziali per garantire buste paga d'oro, proprio mentre mancano le risorse per abbattere le liste d'attesa.

Intanto, il principio di universalità del servizio sanitario viene meno. I dati Istat certificano che quasi un quarto della spesa sanitaria nazionale esce ormai direttamente dalle tasche delle famiglie, mentre il Numero Unico 112 riceve un milione di chiamate l'anno in Liguria perché i servizi sul territorio non danno risposte e i cittadini non hanno alternative se non l'emergenza.

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La scorsa estate avevamo richiesto un sopralluogo al cantiere dello Scolmatore del Bisagno, un’opera che i genovesi aspettano da anni.

Oggi, finalmente, abbiamo potuto effettuarlo e la situazione non è confortante: dal taglio del nastro di novembre, la “talpa” ha scavato appena 200 metri. Ne mancano quasi 6.000. Siamo lontanissimi dai ritmi promessi.

Ma il vero pericolo è un altro e riguarda la vita quotidiana di tutti i residenti della Val Bisagno: a causa di questi ritardi mostruosi, salta il piano di smaltimento via mare. I 350.000 metri cubi di terra che dovevano viaggiare in galleria sul nastro trasportatore rischiano di finire su strada. Facendo due conti, parliamo di migliaia di camion, quasi 200 al giorno: un incubo quotidiano per una viabilità già al collasso.

Il tutto mentre a monte non si sono ancora concluse le operazioni di sbancamento tramite esplosivi, con l’utilizzo di 350 kg al giorno per un avanzamento di appena 3 metri.

La situazione è chiara: non c’è una regia politica, solo spot periodici.

Genova ha diritto a una messa in sicurezza idraulica che attende da troppo tempo. Ma non permetteremo che l’assenza di una seria programmazione diventi un incubo logistico per i cittadini: pretendiamo un cronoprogramma vero, un piano dei trasporti che non paralizzi la vallata e certezze sulla messa in sicurezza del litorale genovese.
La decisione degli armatori di ricorrere al TAR contro la tassa d’imbarco è un atto grave e politicamente sbagliato.

Il diritto di operare nel nostro porto non può trasformarsi in un lasciapassare per ignorare i bisogni della città che rende possibile quell’attività.
Parliamo di gruppi multinazionali che fatturano miliardi e che fanno la guerra al Comune per un contributo di soli 3 euro.

Una cifra irrisoria, soprattutto se confrontata con quanto avviene in altre città europee: ad Amsterdam si pagano 14,5 euro, a Napoli 10, a Barcellona 7.

Genova non è un parcheggio neutrale per le navi. È una città viva, che sostiene costi enormi in termini di traffico, inquinamento e manutenzione. Chiedere una partecipazione minima ai costi urbani non è un “attacco al mercato”, ma un principio di equità.

Il porto è una risorsa strategica per Genova, ma deve rientrare in un patto equilibrato con la comunità che lo ospita.
I profitti non possono venire prima della città.

Oggi @larepubblica non sarà in edicola - e non lo sarà neppure domani - a causa dello sciopero delle giornaliste e dei giornalisti. Per questo motivo, questo intervento è stato pubblicato esclusivamente in versione digitale.

Alle giornaliste e ai giornalisti di Repubblica, in sciopero contro la mancanza di trasparenza sulla vendita del gruppo GEDI e contro il rifiuto della proprietà di incontrare i sindacati, va la mia piena solidarietà.

La difesa dei posti di lavoro e dell’identità di una testata storica è una battaglia di libertà che riguarda tutte e tutti: non si svende l’informazione, non si svendono i diritti.
A Genova ci sono 44.287 case vuote (13,5% del totale). In provincia va ancora peggio, con una casa su quattro è chiusa a chiave: l'emergenza abitativa sta diventando sempre più grave, e a crescere sono solo gli affitti brevi turistici. 

Proprio in questi giorni, grazie al lavoro di @pfmajorino e di @ellyesse, il Partito Democratico ha lanciato una proposta di Piano Casa nazionale che potrebbe fornire alcune soluzioni pratiche ed efficaci anche per il nostro territorio.

Prima di tutto andrebbero istituite delle agenzie pubbliche che svolgano una funzione di intermediario, gestendo il rapporto tra proprietario e inquilino e offrendo garanzie certe ai piccoli proprietari che affittano a canone concordato. 
A queste devono sommarsi interventi e, soprattutto, nuove risorse nazionali e regionali per recuperare le case popolari vuote e incrementare l'offerta di alloggi senza consumare nuovo suolo. I Comuni, da soli, non ce la fanno. 
Infine, bisogna ripristinare i fondi per aiutare chi non riesce a fronteggiare il mercato, prevenendo le morosità incolpevoli.

La destra non può continuare a negare il problema: in Liguria e in Italia serve una politica pubblica che dia fiducia a chi affitta e opportunità a chi cerca casa.
Per settimane, con una campagna di ascolto, ho raccolto le voci di decine di ragazzi e ragazze liguri. Hanno detto tutti la stessa cosa: "vogliamo restare, ma non possiamo vivere di tirocini". Oggi, a dire la stessa cosa è il segretario della Camera di Commercio di Genova, Maurizio Caviglia: "le nostre imprese dovrebbero non proporre tirocini ma contratti a tempo indeterminato come fanno a Milano, a Torino o all'estero. Ci vuole un po' più di coraggio".

È la certificazione di un dramma sociale. Formiamo eccellenze e poi le vediamo obbligate a cercare la propria realizzazione altrove, in altre regioni o all'estero, perché qui manca il coraggio di puntare sul lavoro stabile. 

La Regione cambi marcia: deve attivarsi, mettere in campo politiche serie e favorire quelle le imprese che vogliono investire su contratti veri. Non rassegniamoci al declino della Liguria.
Il ricorso al TAR degli armatori contro la tassa d'imbarco è un atto grave. Non è una legittima difesa del mercato: è un attacco al principio di equità nei confronti di Genova.

Parliamo di gruppi multinazionali che fatturano miliardi e che oggi mobilitano avvocati e tribunali per non versare un contributo di 3 euro (inferiore a quello di tanti altri porti in Italia e in Europa). Una cifra irrilevante per i loro bilanci, ma fondamentale per una città che non è un "parcheggio neutrale" per le navi. Genova offre banchine, servizi, sicurezza, organizzazione. In cambio, subisce un impatto reale su trasporti, pulizia e spazi pubblici che oggi ricade interamente sulla collettività.

Al pari di quanto già accade in altre città: ad Amsterdam (14,50 euro), a Barcellona (7,00 euro), a Napoli (10,00 euro), a Venezia (da 5,00 a 10,00 euro). 

Il messaggio che gli armatori stanno mandando è pericoloso: significa affermare che Genova può essere utilizzata come piattaforma logistica e vetrina turistica, ma senza dover riconoscere nulla in cambio. Significa esigere il profitto senza contemplare alcuna responsabilità sociale. Noi non ci stiamo. Il diritto di operare nel nostro porto non è un lasciapassare per ignorare i bisogni di chi ci vive e di chi ci lavora. Difendere questa misura significa difendere la dignità di Genova e rivendicare un patto equilibrato tra città e porto: siamo una città complessa e viva, non un semplice fondale da cartolina per il turismo crocieristico.
Bucci aveva promesso una rivoluzione efficiente. Hanno creato un pasticcio costoso, confuso e pericoloso. A dirlo oggi è anche il Governo Meloni, un governo amico della destra ligure. Ma che ha messo nero su bianco rilievi pesanti sulla riforma sanitaria ligure, che senza risposte avranno come esito l'impugnazione davanti alla Corte Costituzionale.

I problemi segnalati sono alcuni di quelli che denunciamo da mesi. Stipendi d'oro: Bucci ha voluto retribuzioni fuori scala (fino a 200.000 euro) per i nuovi super-manager, cifre superiori ai tetti nazionali. Mentre mancano medici e infermieri, la priorità è stata alzare lo stipendio ai vertici. Poltrone inventate: il Governo contesta la creazione dei "direttori d'area", figure apicali confuse, difficili da inquadrare nelle regole nazionali.

Mentre la destra litiga sulle poltrone, negli ospedali è il caos. Al Galliera, a un mese e mezzo dall'avvio della riforma, manca ancora la convenzione con la Regione. Medici e infermieri non sanno per chi lavoreranno domani, un limbo che rischia di penalizzare lavoratori e pazienti, come denunciano i sindacati.

L'assessore Nicolò parla di "dettagli da limare", ma la verità è che questa riforma non sta in piedi.

Invece di dispensare lezioni a Silvia Salis su come si dovrebbe fare il sindaco di Genova, Bucci dovrebbe concentrarsi su come fare il presidente di Regione: la sanità ligure non ha bisogno di super-manager strapagati e di strutture centralizzate, ma di personale, servizi funzionanti e certezze per cittadini e operatori.
Oggi, a dieci anni esatti dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, sulla facciata di Palazzo Tursi verrà esposto lo striscione per chiedere verità e giustizia.

Dopo anni di silenzi, con una mozione rimasta chiusa in un cassetto dal 2023, la casa di tutti i genovesi rompe finalmente il silenzio. Scegliere di chiedere verità e giustizia per Giulio è, oggi, un impegno pubblico e istituzionale preciso perché, come ha ricordato la Sindaca @silviasalis, "quella che portano avanti i genitori di Giulio, Paola e Claudio, non è una battaglia privata. È una battaglia che riguarda tutti noi perché parla di credibilità dei diritti umani, della libertà di ricerca, della libertà di pensiero".

Genova - dopo anni di silenzi - oggi si stringe in un grande abbraccio alla famiglia Regeni. Finalmente.
Lo stop al tapis roulant tra Aeroporto e stazione di Erzelli non è solo un problema tecnico. È una scelta politica precisa. È l'ennesimo colpo inferto da Salvini e Rixi alla nostra città.

I fatti sono chiari, certificati anche dai giornali di oggi: i costi del progetto, ereditato dalla gestione Bucci, sono esplosi passando da 29 a 44 milioni di euro. Di fronte a questo aumento, qual è stata la risposta del Ministero delle Infrastrutture? Invece di trovare una soluzione per un'opera che loro stessi definivano "strategica", hanno deciso di revocare i fondi e stralciare l'accordo.

Volevano che fosse il Comune di Genova a pagare i 15 milioni di extra-costi. Hanno provato a scaricare sui genovesi il prezzo della loro incapacità progettuale, su un'opera che insiste su aree non comunali. Il Comune, già messo a dura prova dal disastro finanziario ereditato su AMT, ha fatto bene a dire no.

A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca: l'atteggiamento ostile del MIT verso Genova sembra sempre più una ritorsione politica che una valutazione tecnica. L'attenzione della Lega per Genova esiste solo nei comunicati stampa: quando c'è da governare e mettere risorse, scappano.

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C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

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Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

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Simone D'Angelo