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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

L'inchiesta di @dataroomgabanelli sul @corriere  scoperchia il meccanismo perverso delle liste d'attesa infinite: non sono una fatalità, sono un business.

Il sistema descritto è un circolo vizioso: il Servizio Sanitario Nazionale non soddisfa la richiesta, le attese si allungano e il cittadino, disperato, è costretto a pagare la libera professione (intramoenia) per farsi visitare subito. Stesso ospedale, stesso medico, ma se paghi salti la fila. Se non puoi pagare, aspetti mesi o anni. Questa non è sanità pubblica. È una tassa occulta sulla malattia.

La Liguria è purtroppo protagonista di questo smantellamento. L'inchiesta cita il Policlinico San Martino come esempio di questa deriva: per una prima visita neurologica, nel 66% dei casi è a pagamento. Per una cardiologica, il 63%. Ma il problema non è il singolo ospedale, è la scelta politica di chi governa a Roma e in Regione: si sta permettendo che il diritto costituzionale alla salute diventi un privilegio per chi può permetterselo.

Dobbiamo invertire la rotta. Abbattere le liste d'attesa, rilanciare un sistema sanitario pubblico e universale non è solo una questione tecnica, è la più grande battaglia di civiltà e giustizia sociale dei nostri tempi.
Silvia Salis oggi ha chiesto a chi per mesi ha negato l’emergenza di chiedere scusa. Ha ragione. E con l’approvazione del bilancio 2024 di AMT si capisce anche l’origine di tanta resistenza a dire la verità.

I dati resi pubblici oggi sono sconcertanti. Il debito complessivo arriva a 280 milioni di euro verso creditori, soci e Stato, e non a 200 milioni come stimato dalla Procura. Il bilancio registra una perdita di 55,9 milioni di euro, a cui si aggiunge un patrimonio netto negativo di 37,5 milioni. E per tenere in piedi i conti, nel 2023 sono stati iscritti a bilancio 12,5 milioni di contributi ministeriali che sono stati incassati solo a settembre 2025 e che devono essere depurati dal patrimonio.

Di fronte a questo disastro, certificato oggi, la Regione non può più dire “vedremo”. Il piano di risanamento parla chiaro: servono 35 milioni in più all’anno sul contratto di servizio e una ricapitalizzazione di almeno 100 milioni.

Il Comune di Genova sta facendo i miracoli per evitare il fallimento causato da questa gestione scellerata. Ora Bucci deve mettere i soldi necessari, così come il Consiglio Regionale ha votato all’unanimità, su mia proposta.

Non si può più giocare con il futuro di AMT, soprattutto se la si è portata sull’orlo del baratro. Il tempo è scaduto: ora servono i fatti.
Ci dicono che serve a velocizzare i processi. Falso. 
Ci dicono che serve a separare le carriere. Falso (lo sono già). 
Vogliono farci credere che sia una riforma tecnica. Non lo è. 

La verità è che il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha un solo obiettivo: mettere la magistratura sotto il controllo dell'esecutivo. Nel nuovo numero di Strada per strada smonto, dati alla mano, le bugie del Governo su questa riforma. 

Attenzione: non c'è il quorum. Se non vai a votare, decideranno altri per te.
Su AMT è finita la stagione delle dichiarazioni generiche.

Ieri il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità il nostro Ordine del Giorno sulla crisi del trasporto pubblico genovese. Un passaggio politico rilevante, perché da oggi quella che era una posizione politica diventa la linea di indirizzo che il Consiglio consegna alla Giunta.

Con questo atto diciamo due cose semplici e chiare:
la crisi di AMT non si può risolvere chiedendo altri sacrifici agli utenti né tagliando il servizio; serve invece un intervento strutturale, con risorse vere e impegni concreti.

Fino a oggi, dalla Giunta Bucci abbiamo sentito soprattutto annunci, rinvii e parole. Nel frattempo il Comune di Genova ha fatto la sua parte per tenere in piedi l’azienda e garantire un servizio pubblico essenziale. La Regione, però, non può più restare alla finestra mentre un servizio pubblico essenziale rischia il collasso.

Con l’Ordine del Giorno approvato, abbiamo dato un mandato politico preciso alla Giunta: partecipare ai tavoli, monitorare la situazione, mettere le risorse necessarie e costruire un accordo serio con Comuni, sindacati e utenti.

È chiaro che questa crisi ha dei responsabili. Quelli politici sono già stati individuati dagli elettori nelle elezioni del 2025; altre responsabilità verranno accertate nelle sedi competenti. Ma una cosa è certa: la responsabilità istituzionale oggi passa anche dal Consiglio regionale e dalla Giunta regionale, che ora non ha più alibi.

Siamo passati dalle parole agli atti votati. Adesso aspettiamo le azioni concrete. E vigileremo, perché su AMT non c’è più tempo da perdere.
A Minneapolis non c'è più lo Stato di diritto. C'è un corpo di polizia federale che agisce senza controllo, al servizio politico di Trump. Il bilancio delle ultime settimane è di guerra: due morti. Prima Renee Good, di 37 anni. Poi Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva, ucciso mentre protestava. L’ICE dice che era armato, i testimoni e tutti i video smentiscono la Casa Bianca: aveva in mano uno smartphone e stava proteggendo una donna a terra.

Ma la repressione non si ferma agli spari. Si allarga alla libertà di stampa, con gli inviati della Rai minacciati fisicamente ("Vi trascineremo fuori") solo per aver fatto il loro lavoro. E arriva fino all'orrore puro: agenti mascherati su auto senza targa che portano via bambini di 2 anni come Chloe o usano Liam, 5 anni, come "esca" per arrestare i genitori.

Non è la trama di un film distopico. È l'America di oggi, nella quale la democrazia sta scivolando nel regime. Noi stiamo con Minneapolis che resiste, siamo a fianco di chi, a -30 gradi, scende in strada per opporsi a questa deriva autoritaria. 

Secondo alcuni giornali, gli agenti dell'ICE potrebbero arrivare in Italia per la sicurezza degli atleti USA alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Il Ministro Piantedosi si è affrettato a smentire funzioni operative, parlando solo di "scorta passiva". Vogliamo essere chiari: non può e non deve accadere. In Italia non c'è posto per i nazisti del Minnesota.
Il 22 gennaio 1891 nasceva ad Ales, in Sardegna, Antonio Gramsci. Un uomo minuto, dalla salute fragile, ma con una forza interiore capace di spaventare un regime intero. "Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni", disse il pubblico ministero fascista al suo processo.

Si sbagliavano. Rinchiuso per anni, privato della libertà, della salute e dell'affetto dei suoi figli, Gramsci non ha mai smesso di pensare. Nei suoi Quaderni dal carcere, scritti in condizioni disumane, ha elaborato pensieri così lucidi e potenti da superare le mura della prigione e i confini del tempo, diventando uno degli autori italiani più letti e tradotti al mondo.

Oggi non celebriamo solo il fondatore del Partito Comunista o un pensatore illuminato. Ricordiamo un uomo che ha pagato con la vita la coerenza delle proprie idee, un intellettuale che ha guardato al mondo, insegnandoci che la cultura non è un ornamento, ma uno strumento di emancipazione.

Gramsci ci ha insegnato anche che non schierarsi vuol dire accettare passivamente che le cose accadano. Che la storia non è un fenomeno naturale, ma il frutto delle nostre scelte (o delle nostre non-scelte). Ricordarlo oggi significa raccogliere il suo invito: studiare per capire la realtà, organizzarsi per cambiarla, non voltare mai la testa dall'altra parte.
La scorsa estate, mentre le famiglie rinunciavano alle ferie per il "caro-ombrellone" (+32% in 5 anni) e i gestori si lamentavano degli incassi, noi indicavamo l'unica via possibile: basta con la privatizzazione del mare.

Oggi quel modello prende forma a Spotorno. Il Sindaco Mattia Fiorini ha deciso di fare una scelta di civiltà: portare le spiagge libere dal 3,5% al 40%, come previsto dalla legge. Apriti cielo. La destra ligure, con Vaccarezza e la Lega in testa, grida al degrado, all'insicurezza, al crollo del turismo.

La verità è un'altra. La destra difende le rendite di posizione e i privilegi di pochi. Il Sindaco Fiorini difende il diritto di tutti a vedere il mare senza dover pagare un biglietto d'ingresso.

La soluzione non è un "liberi tutti" disordinato, ma le spiagge libere attrezzate: spazi gratuiti ma curati, che garantiscono servizi e creano nuova impresa, spesso giovanile. È quello che accade già in Spagna, Francia e Grecia. È quello che l'Europa ci chiede. A Spotorno si sta combattendo una battaglia simbolica per tutta la Liguria. Noi stiamo dalla parte del Sindaco e dei cittadini. 

Il mare non ha padroni.
Ieri il Presidente Bucci ha dichiarato che la Liguria continua ad attrarre persone, giovani, lavoratori e famiglie, generando una dinamica di crescita positiva. Ha aggiunto che questo avviene grazie a opportunità e servizi e che la nostra regione è un luogo dove "si sceglie di restare".

Leggere queste parole fa male. Fa male perché nega la realtà vissuta da migliaia di famiglie liguri.
Fa male perché ignora i dati: oltre 2.100 giovani tra i 18 e i 39 anni se ne sono andati solo nell'ultimo anno.
Fa male perché chiama "opportunità" quello che spesso è precariato, e "servizi" una sanità e trasporti in affanno.

Mentre Bucci racconta una Liguria che non esiste, noi continuiamo ad ascoltare quella vera.

Sto raccogliendo - e ringrazio i tanti che mi hanno scritto e contattato - le testimonianze dirette di chi avrebbe voluto “scegliere di restare”, ma si è rassegnato ad andare all'estero o in un'altra regione, perché, qui, non c'era spazio e opportunità. 

Non lasciamo che la propaganda copra la vera vita delle persone, dei giovani. Porterò la vostra voce in Consiglio Regionale, dove continuano a dire che va tutto bene.

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Le parole di Alessandro Barbero aiutano a riportare il dibattito sul referendum sulla giustizia dentro il suo perimetro reale: quello della responsabilità e della verità dei fatti.

Questa destra pretende di riformare la giustizia a colpi di slogan e scorciatoie propagandistiche nel silenzio generale, e lo dimostrano anche gli insulti e gli attacchi che questo video sta ricevendo sui social. Come sempre, dietro la propaganda si cela un’altra verità, ovvero il tentativo di indebolire le garanzie di indipendenza, delegittimando la magistratura o banalizzando problemi strutturali.

Abbiamo bisogno di riforme serie, che affrontino i nodi veri: i tempi dei processi, le condizioni di lavoro negli uffici giudiziari, le risorse, l’organizzazione.

Ascoltare voci autorevoli e libere come quella di Barbero è utile proprio per questo: per ricordarci che la democrazia si rafforza con il pensiero critico, con il dibattito, con l’ascolto e la partecipazione. Tutte parole a cui il governo Meloni ha già dimostrato di essere allergico.
La Procura di Genova ha chiesto il fallimento di AMT. I debiti superano i 200 milioni di euro e solo grazie alla richiesta preventiva dell’azienda e del Comune di Genova, il Tribunale Civile aveva già concesso quattro mesi di tutela per tentare di salvare l’azienda, uno “scudo” temporaneo dalle azioni dei creditori.

Una decisione inevitabile, arrivata dopo che già Menarini, società produttrice di autobus, aveva presentato un’istanza di fallimento per un credito di quasi 3 milioni.

I numeri sono pesanti: oltre 100 milioni di debiti verso i fornitori, quasi 57 milioni verso le banche, 28 milioni verso i lavoratori per accantonamenti TFR. Questa - purtroppo - è la realtà.

Per mesi l’ex Vicesindaco Piciocchi e la destra, salvo qualche ammissione a intermittenza prontamente seguita da ritrattazioni, hanno negato l’evidenza, liquidando come allarmismo ogni tentativo di risanamento e arrivando ad accusare Salis di manovre politiche per aver messo in discussione chi ha guidato AMT in questi anni.

Oggi è chiaro che non siamo di fronte a un imprevisto, ma al conto finale di una gestione che ha rimosso i problemi invece di affrontarli.

Va sostenuto il rigore con cui la Sindaca Salis sta fronteggiando una situazione ereditata durissima, frutto di una “gestione sconsiderata” - come ha detto oggi a Telenord - per salvare AMT, garantire il trasporto pubblico e difendere i lavoratori. È una sfida complessa, che qualcuno ha rimandato per anni e che oggi non può più essere evitata.

Da Piciocchi e dalla destra, però, continuano a non arrivare risposte. E ora che la Procura è intervenuta, questo silenzio appare ancora più assordante.

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C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

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Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

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Simone D'Angelo