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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

AMT è salva. E l’immagine dei lavoratori sugli spalti di Palazzo Tursi ad applaudire vale più di mille parole, soprattutto per chi ricorda che tredici anni fa, in quella stessa aula, c’erano fischi, proteste e occupazioni dei banchi.

AMT è salva, e resta pubblica. Grazie a una sinistra che in questi anni ha ritrovato se stessa, che ha denunciato la crisi quando i conti non tornavano e molti facevano finta di nulla. E che, con responsabilità, si è assunta il compito di salvare il trasporto pubblico genovese.

In Comune, la maggioranza guidata da Silvia Salis ha approvato il piano di risanamento predisposto con tenacia e determinazione da Alessandro Terrile, con oltre 110 milioni di euro per rimettere in piedi il trasporto pubblico, garantire stipendi, riprendere le manutenzioni, rimettere autobus in strada e salvare i servizi.

In Regione, con Andrea Orlando e tutta la minoranza, abbiamo scelto di votare a favore dello stanziamento di 40 milioni di euro per sostenere AMT e garantire il trasporto pubblico a oltre 800 mila persone. Una scelta di responsabilità, non di convenienza politica.

La domanda era semplice: vogliamo che AMT vada a gambe all’aria oppure no? La nostra risposta in Regione è stata chiara. Altrettanto chiara quella di una destra in Comune che ha deciso di non votare, qualificando sé stessa dopo aver portato l’azienda sull’orlo del baratro con due istanze di fallimento.

Ma il nostro voto in Regione non cancella le responsabilità politiche di una destra costretta ad agire in emergenza, negando contestualmente - e incredibilmente - l’esistenza del problema.

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Tre giorni che hanno fatto discutere, dividere, appassionare, emozionare. Conclusi con migliaia di Alpini a sfilare per le strade di Genova. Ma con loro ha camminato anche un pezzo profondo della storia italiana.

Alpino era anche il prozio di mio figlio. Classe 1916, Caporale Maggiore della Divisione Cuneense, 4° Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Val Po. Il 15 gennaio 1943 “non rispose all’appello”. Disperso.

“Disperso” è una delle parole più strazianti che la guerra abbia inventato. Una parola che lascia la morte sospesa, che non chiude il dolore, che tiene aperta per anni una speranza impossibile. Migliaia di famiglie italiane hanno vissuto così, aspettando qualcuno che non sarebbe più tornato.

Ragazzi traditi e mandati a morire nella follia della guerra fascista. Ma dentro quella tragedia nacque anche qualcosa che avrebbe cambiato l’Italia. Senza quei sacrifici, senza quella immensa sofferenza popolare, forse non ci sarebbe stata la riscossa civile e morale che portò tanti uomini e donne, nelle fabbriche, nelle montagne, nei quartieri, a ribellarsi al fascismo e a costruire la Liberazione.

È il filo della nostra storia, che non si spezza. Un filo che tiene insieme il sogno di fare un’Italia tra eguali di Mazzini e Garibaldi, e quello di un’Italia libera e democratica di Matteotti e Pertini. Tiene insieme memoria popolare e coscienza civile.

Le discussioni che accompagnano giornate come queste non vanno banalizzate né rimosse. E riguardano problemi profondi della società italiana, non certo soltanto gli alpini. Ma dentro momenti così c’è anche qualcosa che parla al bisogno di sentirsi parte di una storia comune, di ritrovare legami, di tramandare memoria.

Perché un popolo senza storia è un popolo smarrito. E tramandare non significa celebrare la guerra, significa custodire le vite, i dolori, gli errori, le speranze che hanno fatto il nostro Paese. Soprattutto qui, a Genova.

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La politica non è un atto individuale: è un impegno collettivo. Ogni singolo giorno, le nostre militanti e i nostri militanti dedicano tempo ed energie per presidiare i territori, ascoltare le persone e tenere aperti i nostri circoli.

Destinare il 2x1000 al Partito Democratico è una scelta che non costa nulla, ma che ha un peso politico e materiale enorme. 
Significa finanziare concretamente questa rete di partecipazione. 
Significa scegliere di sostenere chi crede ancora nell'organizzazione dei partiti e nella difesa quotidiana della democrazia, oggi più che mai.

Nella tua dichiarazione dei redditi, firma e inserisci il codice M20. Un gesto semplice per dare forza alle nostre battaglie.
Eccomi con un nuovo numero della mia newsletter. Questa settimana torniamo a parlare di sanità e di trasparenza sulle grandi opere del nostro territorio: dai nuovi e inaccettabili ritardi per lo Scolmatore del Bisagno, alle gravi ombre sui lavori della nuova Diga di Genova.

Un'assenza di risposte su questo ultimo tema che, in Consiglio Regionale, ha spinto il Presidente e Commissario Bucci a perdere il controllo e a ricorrere agli insulti pur di non entrare nel merito.

Potete iscrivervi a Strada per strada sul sito simonedangelo.eu
In Consiglio Regionale di fronte a richieste legittime di chiarezza sulla nuova diga di Genova, il Presidente e Commissario Marco Bucci ha perso il controllo, arrivando a rivolgermi insulti gratuiti.

Ma le urla non possono nascondere quanto emerso in aula. Dopo mesi di silenzio sull’esito dei campi prova che avrebbero dovuto certificare la stabilità del progetto della nuova diga, si scopre che i tentativi di verifica effettuati a -50 metri sono falliti e non hanno prodotto risultati.

Invece di fornire dati chiari, con un’arroganza inaccettabile, Marco Bucci chiede alla città un vero e proprio atto di fede. Arriva persino ad ammettere, come fosse normale, di aver scelto di proseguire i lavori senza disporre dei risultati, sostenendo che i dati non siano stati pubblicati per evitare “conclusioni affrettate”.

A questa mancanza di trasparenza si aggiunge una totale confusione su tempi e costi. Non esiste una data certa per la conclusione dei lavori: il Commissario Bucci parla del 2027, il presidente dell’Autorità Portuale Paroli indica il 2028, mentre l’assessore Giampedrone arriva a ipotizzare l’inizio del 2029. Nel frattempo, i costi certificati sono già saliti a 1,6 miliardi di euro, e lo stesso Presidente si contraddice nel giro di pochi secondi ammettendo che potrebbero aumentare ulteriormente.

Chi gestisce miliardi di risorse pubbliche ha un dovere politico e morale preciso: rendere conto ai cittadini.

Arroganza, insulti e accuse di “strumentalità” non possono nascondere le incongruenze di un’infrastruttura fondamentale per il nostro territorio, gestita con approssimazione e opacità.

La Liguria merita trasparenza e rispetto. Le urla del Presidente non ci intimidiscono: continueremo a fare il nostro lavoro per chiedere verità e chiarezza.
Ho scelto queste parole di Enrico Berlinguer perché colgono il significato più profondo e ineludibile del Primo Maggio. 

Risuonano come un monito in un Paese dove la promessa di una Repubblica fondata sul lavoro viene costantemente tradita. Il lavoro è troppo spesso svilito da salari poveri, frantumato da una precarietà dilagante e, in modo tragico e inaccettabile, privato delle più basilari garanzie di sicurezza.

Di fronte a una destra che al governo del Paese e della nostra Regione continua a ignorare i diritti fondamentali dei lavoratori, la nostra posizione non ammette ambiguità né compromessi. Lottare per un lavoro dignitoso, sicuro e giustamente retribuito significa difendere l'essenza stessa della nostra democrazia e della nostra Costituzione.

Buon Primo Maggio a chi non si arrende, a chi non volta la testa dall'altra parte e a chi lotta ogni giorno per costruire una società più giusta.
Il Tribunale di Genova ha emesso la prima condanna in Italia per un licenziamento legato all’uso dell’Intelligenza Artificiale.

Lo scorso anno, Maersk ha licenziato quattro dipendenti genovesi giustificandosi con una delocalizzazione in Asia. La verità? Le loro mansioni sono state di fatto affidate all’AI, come ammesso pubblicamente da un manager della stessa multinazionale.

Una lavoratrice con 24 anni di anzianità non si è arresa, ha fatto causa e ha vinto. Il giudice ha ordinato il reintegro e un risarcimento perché l’azienda non ha provato a ricollocarla internamente prima di lasciarla a casa.

Questa vicenda lancia un allarme politico enorme. Le nuove tutele europee dell’AI Act sono fondamentali per proteggerci dalle discriminazioni degli algoritmi, ma rischiano di svuotarsi se le multinazionali le aggirano fuggendo in Paesi con regole più deboli.

C’è poi un punto che non possiamo ignorare: questi colossi beneficiano - o hanno beneficiato - di ingenti investimenti pubblici, come nel caso di Maersk per la piattaforma di Vado. Risorse dei cittadini che dovrebbero garantire un ritorno concreto al territorio, in termini di sviluppo e livelli occupazionali, come previsto dai piani industriali, su cui si fondano le concessioni rilasciate dalle Autorità di sistema portuale.

Quando questo non accade, non è solo una vertenza individuale: è un problema politico.

È giusto che una lavoratrice si difenda e vinca. Ma non può essere lasciata sola a combattere una battaglia che riguarda tutti noi.

Perché mentre si parla di innovazione, sul nostro territorio si investono miliardi - basti pensare alla nuova diga - senza che sia davvero chiaro quali garanzie occupazionali ci saranno, in un settore dove automazione e intelligenza artificiale, pur creando opportunità, rischiano di ridurre l’occupazione senza adeguate tutele.

Per questo serve che il regolatore pubblico faccia fino in fondo il proprio dovere governando davvero le trasformazioni in corso, a partire dall’Autorità di Sistema Portuale.

L’innovazione non può diventare il comodo alibi per azzerare i diritti sulla pelle delle persone.
Solo quindici giorni fa, in Consiglio regionale, la Giunta rassicurava tutti sul cronoprogramma dello Scolmatore del Bisagno. Oggi scopriamo una realtà drammaticamente diversa: il cantiere procede a singhiozzo. La talpa avanza a malapena di 5-6 metri al giorno, subisce fermate tecniche continue e si profila il rischio concreto di dover bloccare tutto per mesi.

Siamo di fronte a un fatto grave e inaccettabile. Da tempo poniamo domande precise su costi, gestione e smaltimento del materiale di scavo, e sulla totale assenza di chiarezza in merito ai controlli ambientali. La risposta è sempre stata un muro di opacità.

Di questo passo, è evidente che l'infrastruttura non vedrà la luce nei tempi stabiliti dall'ultimo, ennesimo cronoprogramma. A farne le spese, ancora una volta, saranno i cittadini, costretti a farsi carico di ulteriori costi e a vivere nell'incertezza per la propria sicurezza.

Ho depositato un'interrogazione formale: Marco Bucci e l'assessore Giampedrone devono venire in aula a chiarire, senza vie di fuga, se dal 1° gennaio 2027 lo scolmatore sarà in funzione per gestire le emergenze, oppure se hanno mentito alla città per l'ennesima volta.

La sicurezza idrogeologica del nostro territorio non tollera ulteriori rassicurazioni surreali. Serve la verità.
Il 27 aprile 1937 si spegneva Antonio Gramsci, consumato dagli stenti dei lunghi anni di prigionia a cui lo aveva condannato il regime fascista. "Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent'anni", aveva ordinato il Tribunale Speciale di Mussolini. Hanno distrutto il suo corpo, ma non sono riusciti a scalfire di un millimetro la potenza del suo pensiero.

Oggi, ricordare Gramsci non può e non deve ridursi a una celebrazione rituale. La sua eredità politica ci impone di rimettere al centro l'antifascismo militante non come semplice retaggio del passato, ma come necessità assoluta del nostro presente.

Di fronte a chi cerca costantemente di riscrivere la storia, normalizzare la barbarie del ventennio e svuotare di senso le istituzioni democratiche, l'antifascismo non può limitarsi alla sola memoria: deve farsi prassi, organizzazione e militanza quotidiana.

L'indifferenza e il disimpegno sono ancora oggi le armi più preziose nelle mani di chi vuole smantellare i diritti e i valori costituzionali. Il modo più autentico per onorare Antonio Gramsci è raccogliere il suo testimone sul terreno dell'impegno politico e sociale, analizzare lucidamente le storture e le disuguaglianze del nostro tempo e costruire un'alternativa reale.
Una piazza Matteotti piena, viva, oltre 10.000 persone. Una Genova bellissima nel giorno della Liberazione. Parole forti e intense quelle di @benedetta_tobagi e della sindaca @silviasalis, capaci di tenere insieme memoria, verità e responsabilità, come richiamato con rigore da Mino Ronzitti e @massimobisca.

A tentare di rovinare questa giornata arrivano, puntuali, le dichiarazioni di esponenti di quella destra che in piazza non si è vista: parole piene di rancore e ipocrisia, mascherate da richiami alla “coesione”. Ma mentre le piazze si riempiono, Fratelli d’Italia e Lega non ci sono: assenti o altrove, lontani da una ricorrenza con cui, con ogni evidenza, molti di loro non hanno mai fatto davvero i conti.

I fischi ci sono stati, forti come non mai. È vero. Ma le piazze sono luoghi vivi, non cerimonie blindate. E se qualcuno contesta il presidente Bucci, è perché percepisce ambiguità sempre più gravi. E mentre il presidente del Consiglio regionale Balleari arriva a definire durante una seduta solenne l’antifascismo “anacronistico”, il segretario d’aula dello stesso Consiglio regionale Vaccarezza, oggi sceglie di andare ad Altare a rendere omaggio ai repubblichini di Salò.

Il 25 Aprile è una festa per tutti, ma non è una festa “di tutti”. Non lo è per chi continua a evitare una presa di posizione chiara sull’antifascismo. La Resistenza non è un terreno neutro, è una linea netta. E chi cerca di cancellarla si chiama fuori da solo.

Per questo lo ribadiamo oggi più di ieri: non prendiamo lezioni dagli eredi del fascismo. Punto.
Le parole non sono neutre. Soprattutto quando definiscono le fondamenta della nostra democrazia. Oggi, 25 aprile, sentiamo il bisogno di ripartire dal significato autentico e politico di un termine che qualcuno vorrebbe svuotare o normalizzare: Liberazione.

Non è una ricorrenza pacificata né un semplice ritorno alla normalità. È l'atto di insurrezione che ha sconfitto la barbarie nazifascista. È una scelta di campo che non ammette l'indifferenza della "zona grigia" o le ambiguità dei revisionisti. Rivendicare questa definizione significa difendere la nostra storia e il nostro futuro.

Buona Liberazione a chi sceglie, ogni giorno, di stare dalla parte della democrazia e della Costituzione.

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C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

Servono spazi in più per ascoltarci, informarci, sentirci parte di una comunità politica che vuole cambiare davvero.

Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

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Simone D'Angelo