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MI CHIAMO SIMONE DANGELO

sono nato a Genova nel 1987, l’anno in cui Nilde Iotti diventava la prima donna Presidente della Camera e gli U2, con The Joshua Tree, scalavano le vette delle classifiche mondiali.

Ho un figlio, Pietro, che sta muovendo i suoi primi passi in questo angolo di mondo. Condivido la vita con Maddalena, insegnante della scuola pubblica italiana.

Sono cresciuto a Oregina, quartiere popolare sulle alture di Genova. Il quartiere di Guido Rossa e di Padre Agostino Zerbinati. Un quartiere dove la Resistenza ha lasciato segni indelebili. Un luogo dove il passato non è nostalgia, ma radice. Ho scoperto il significato della parola giustizia grazie alla passione missionaria di Don Prospero Bonzani, formidabile educatore, sulle cui lezioni ancora oggi mi soffermo a riflettere.

Il mio impegno civile è iniziato tra i banchi di scuola, nel movimento studentesco. Quello che reclamava a gran voce un ruolo da protagonista nei processi di formazione e apprendimento, difendendo l’istruzione pubblica come garanzia di emancipazione sociale per tutte e tutti.

Mentre il nostro territorio frana sotto i colpi del maltempo, la destra in Regione boccia l'uso dei fondi dell'Accordo Morandi per la sicurezza dei nostri ponti, voltando le spalle ai cittadini.

È l'ennesima dimostrazione di una politica che prende decisioni lontana dalla realtà o, peggio, a porte chiuse. Lo abbiamo visto in questi giorni con il Porto di Genova: il futuro del terminal di Pra' e dei suoi lavoratori viene deciso a 10.000 chilometri di distanza, a Singapore, puntando su un'automazione che arricchisce le multinazionali e taglia l'occupazione.

Tutto questo accade mentre l'emergenza abitativa esplode, aggravata da un mercato degli affitti brevi senza regole, e mentre in Consiglio Regionale siamo costretti ad assistere a scene indegne: dalle offese della maggioranza alla memoria di Sandro Pertini, all'assurda idea di trasformare le scuole in ring con i corsi di autodifesa, abdicando all'educazione.

Di questo "mondo al contrario" e delle battaglie che stiamo portando avanti per invertire la rotta, ho scritto nel nuovo numero della mia newsletter, "Strada per strada". Puoi trovare il link per l’iscrizione in bio
L’elicottero del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, utilizzato in Liguria per il servizio di elisoccorso, è stato impiegato come taxi per accompagnare Mogol e sua moglie dal Festival di Sanremo a Roma. «Mogol è un monumento nazionale», ha spiegato il Ministro Piantedosi. «Il viaggio è andato benissimo», ha commentato il maestro Mogol.

A qualcuno potrebbe anche far sorridere leggere una notizia del genere. Ma mentre la nostra sanità regionale è nel caos e i cittadini fanno i conti ogni giorno con disservizi ed emergenze, un mezzo fondamentale per salvare vite umane viene sottratto al nostro territorio su ordine del Ministero degli Interni per fare da navetta di rappresentanza. È una situazione surreale e inaccettabile.

Non si tratta di fare sterile polemica, ma di esigere rispetto per un servizio essenziale, per i cittadini e per i professionisti del soccorso che ogni giorno operano in condizioni sempre più difficili.

Per questo motivo pretendiamo parole di chiarezza da parte del Presidente Bucci. Vogliamo sapere se fosse a conoscenza di questa follia e se, durante quel volo verso la Capitale, il servizio di elisoccorso in Liguria fosse pienamente garantito da un mezzo alternativo pronto a intervenire, o se il territorio sia rimasto scoperto.

Bucci decida se intende esercitare fino in fondo il suo ruolo di Presidente della Regione a tutela dei nostri servizi o se preferisce continuare a fare il passacarte per le decisioni prese a Roma contro l'interesse dei liguri. La salute e la sicurezza della nostra regione non possono essere messe in secondo piano per le passerelle del Festival.
Il Ministro Nordio ha dichiarato che se al referendum dovesse vincere il NO, "l'ala estrema della magistratura ipotecherebbe la politica". Eccolo, il mondo al contrario. La verità è l'esatto opposto: è l'estrema destra al governo che vuole ipotecare la magistratura, piegandola agli ordini e ai desiderata del potere politico.

Non dimentichiamo che la riforma costituzionale su cui voteremo è solo una parte del loro progetto: parallelamente, inventano nuovi reati per punire il disagio sociale o chi protesta, e nel frattempo cancellano l'abuso d'ufficio per garantire impunità ai potenti.

Non permetteremo che la Giustizia diventi uno strumento nelle mani del Governo di turno. Votare NO il 22 e 23 marzo significa fermare questa deriva e difendere l'unico principio che fa davvero paura a questa destra: la legge è, e deve restare, uguale per tutti.
“Mah, speriamo bene!” diceva il Pertini disegnato da Andrea Pazienza guardando l’Italia dall’alto. In quest’altra vignetta, a cui ripenso spesso e che ho scelto di condividere con voi oggi, nel giorno dell’anniversario della sua morte, si vede tutta la sua determinazione, il suo impegno, la sua innata passione nella costante difesa dei valori antifascisti.

36 anni fa ci lasciava Sandro Pertini. Partigiano, socialista, antifascista. Il Presidente più amato, che ha saputo rappresentare un raro equilibrio tra rigore e umanità, tra fermezza e prossimità. Un uomo capace di parlare a un Paese ferito, portando il Quirinale dentro le case degli italiani, popolare senza mai essere populista.

Pertini era profondamente ligure, nato a Stella, e a lui è intitolata l'aula del nostro Consiglio Regionale. Un'intitolazione che dovrebbe essere un invito quotidiano, per chi siede in quegli scranni, a rispettare le Istituzioni e i valori democratici. 
Eppure, proprio in quell’aula, solo pochi giorni fa abbiamo dovuto assistere a una scena vergognosa: un esponente della maggioranza di destra, infastidito dal richiamo ai valori di Pertini, si è lasciato andare a battute inaccettabili sulla sua figura.

Un episodio triste che, per contrasto, rende ancora più evidente la distanza profonda tra il suo esempio morale e civile e il modo di intendere le istituzioni di chi oggi governa la nostra Regione.

Ma la memoria di Sandro Pertini è infinitamente più grande di queste miserie: a noi spetta il compito di far vivere i suoi ideali, che dalle carceri fasciste al Quirinale hanno animato la sua intera esistenza.
Ieri sera, per alcune ore, Genova è tornata a rimanere con il fiato sospeso. A crollare, questa volta, è stato un muraglione nel quartiere di Castelletto.

Mi sono recato sul posto, dove l’assessore @ferrante9649, insieme a @albicatta, ha atteso di avere la certezza che nessun cittadino fosse coinvolto.

Con loro, come sempre, l’instancabile macchina dei soccorsi: i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile e la Polizia Locale.

Il crollo è avvenuto in prossimità di un rifugio antiaereo, oggi utilizzato come garage: due palazzi colpiti, tre persone sfollate, e - fortunatamente - nessun ferito. Ma ancora una volta la nostra città ha toccato con mano quanto sia fragile l’equilibrio su cui vivono interi quartieri.

Serve un cambio di priorità, politico e culturale.

Per costruire un vero piano strutturale di prevenzione servirebbero almeno 26 miliardi di euro, mentre il Governo Meloni-Salvini è pronto a destinare circa 14 miliardi al Ponte sullo Stretto di Messina.

Ma la messa in sicurezza del territorio non può continuare a essere trattata come una voce accessoria di bilancio o come un’emergenza da affrontare solo dopo un crollo. C’è bisogno di nuove leggi nazionali e regionali, e di risorse vere e continuative per la prevenzione.

Perché per città come Genova e regioni come la Liguria, la prevenzione non è una spesa: è l’unica infrastruttura davvero indispensabile.
Bucci e la sua maggioranza hanno bocciato la nostra proposta di destinare i 47,81 milioni di euro residui dell'Accordo Morandi (stipulato tra ASPI, Autorità Portuale e Regione) al monitoraggio e alla messa in sicurezza di ponti e impalcati su tutto il territorio genovese.

Solo pochi giorni fa, rispondendo a una mia interrogazione, il presidente Bucci aveva lasciato intendere una timida apertura. Ma, alla prova dei fatti, la maggioranza ha scelto di respingere il documento.

È una scelta grave, incomprensibile. Dopo la tragedia del crollo del Ponte Morandi, i genovesi hanno chiesto una sola cosa: “mai più”. La politica ha il dovere morale e materiale di rispondere a quella richiesta ogni singolo giorno. 
Bocciare questo ordine del giorno significa voltare le spalle a quell'impegno. 

Noi non ci fermeremo finché quelle risorse non saranno spese per l'unico vero obiettivo accettabile: la sicurezza di chi vive e viaggia a Genova.
Stanotte il maltempo ha provocato il cedimento di un muro di contenimento tra l’ex Caserma Gavoglio e via Napoli. Per precauzione sono state evacuate 52 persone che abitano al civico 72, costrette a lasciare le proprie case e a trascorrere la notte fuori.

Conosco quei palazzi: sono nato e cresciuto lì a pochi metri. E conosco la storia di cementificazione che ha coinvolto quelle zone negli anni ’60.
Questa mattina mi sono recato sul posto e ringrazio la Sindaca @silviasalis e l’assessore @ferrante9649 che hanno predisposto un sopralluogo. Voglio ringraziare anche i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, la Polizia Locale e il personale di AMT Genova per l’intervento e per l’assistenza logistica prestata a chi ha dovuto lasciare la propria abitazione. non si registrano feriti, ma il disagio e lo spavento per questi cittadini sono enormi.

Eventi come questo ci mettono brutalmente di fronte alla realtà di un territorio estremamente fragile. I dati parlano chiaro, ricordandoci che il 98% dei nostri comuni è classificato a rischio idrogeologico e che circa centomila abitanti in Liguria risiedono in aree a rischio elevato o molto elevato.

C’è però un altro problema reale, che oggi esplode con sempre maggiore evidenza: nei quartieri popolari crollano strade, muri di contenimento e manufatti che, molto spesso, sono formalmente di proprietà privata. Ma parliamo di contesti sociali in cui le famiglie non hanno alcuna possibilità di sostenere i costi enormi necessari per la messa in sicurezza. Qui il pubblico ha colpe gravi, a partire dalle scelte urbanistiche del passato e da decenni di mancata pianificazione e prevenzione. La sicurezza dell’abitare, oggi, rischia di assumere sempre più chiaramente caratteri di censo: chi ha risorse si mette in sicurezza, chi non le ha resta esposto al rischio.

In Consiglio Regionale, insieme ad @andreaorlando_ig, abbiamo presentato una proposta di legge, sottoscritta da tutte le opposizioni, per la riduzione del consumo di suolo e per la rigenerazione urbana.

La vera grande opera di cui la Liguria ha urgente bisogno è smettere di consumare territorio e iniziare a mettere in sicurezza le nostre colline e i nostri quartieri.
Le parole di @silviasalis sono nette e giuste: a Genova non c’è spazio per chi si pone fuori dal perimetro della Costituzione e usa la politica come strumento di intimidazione e di provocazione organizzata.

Dopo la sentenza di Bari, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi deve dimostrare lo stesso coraggio istituzionale che ebbe Emilio Taviani nel 1973, quando - dopo una sentenza di primo grado - sciolse Ordine Nuovo per violazione della legge Scelba.

Oggi, dopo la condanna del Tribunale di Bari per riorganizzazione del partito fascista e per l’uso del metodo squadrista, lo Stato non ha più alcuna giustificazione per continuare a tollerare CasaPound.

È una questione di legalità costituzionale.
È una questione di credibilità delle istituzioni.

Lo ha detto con assoluta chiarezza @fornaro62: Piantedosi deve sciogliere CasaPound.

Questo è il precedente politico e istituzionale: Taviani non esitò. Oggi non esistono alibi, non esistono scuse, non esistono rinvii.

A Genova, come ha ricordato Salis, non si sta discutendo di libertà di opinione. Si sta difendendo la democrazia, la sicurezza delle istituzioni e la storia di una città Medaglia d’Oro alla Resistenza.

Il tempo delle parole è finito.
Adesso tocca al Governo.

Sciogliere CasaPound non è una scelta politica. È un obbligo costituzionale.
Abbiamo votato convintamente contro l'ordine del giorno di Fratelli d’Italia che vuole introdurre corsi di autodifesa nelle scuole. Non è un "no" alla sicurezza, è un "no" alla resa delle istituzioni.

Se la risposta della politica alla violenza giovanile e a tragedie come quella della Spezia è insegnare ai ragazzi come parare i colpi, significa che lo Stato ha alzato bandiera bianca. Significa ammettere che non siamo in grado di prevenire l'aggressività, ma solo di addestrare le vittime a reagire.

La scuola non è un ring. È il luogo dove si costruisce la cittadinanza, dove si impara la gestione dei conflitti attraverso la parola e non attraverso la forza fisica. Abbiamo chiesto di portare il testo in commissione per approfondirlo, per parlare di educazione all'affettività, di supporto psicologico, di presidi culturali. La destra ha detto no e ha tirato dritto.

La loro idea di sicurezza è un "si salvi chi può". La nostra è una comunità che educa al rispetto reciprico.
Le parole del Ministro Nordio, che ha definito il CSM un organo "para-mafioso" e regolato da "padrini", segnano un punto di non ritorno. Questa affermazione è un insulto intollerabile alla memoria dei magistrati uccisi dalla vera mafia, come Falcone e Borsellino. Ma non solo: è la prova definitiva di cosa si nasconde dietro questa riforma.

Se un Ministro della Repubblica considera la magistratura un'associazione a delinquere, il suo obiettivo può solo essere quello di controllarla e zittirla. Nordio è diventato il miglior testimonial involontario delle ragioni del NO. Le sue dichiarazioni dimostrano che la "separazione delle carriere" e la riforma del CSM, dietro la maschera del miglioramento dei processi, celano una deliberata volontà di sottomissione dei giudici al potere politico.

Il 22 e 23 marzo voteremo per impedire che la Giustizia finisca nelle mani di chi oggi la paragona alla mafia.
Fermiamo questa deriva eversiva.
È partito il nuovo numero di Strada per strada, dedicato interamente alla sanità ligure. Dobbiamo andare oltre i titoli trionfalistici della Giunta Bucci sulla riforma sanitaria, salvata dal Governo Meloni nonostante le critiche e scaricando i costi direttamente sui cittadini.

Il Ministero ha infatti bocciato gli stipendi fuori scala previsti per i nuovi super-manager, ma la Regione ha deciso di coprire la differenza utilizzando risorse proprie. Significa che fondi pubblici verranno tolti ai servizi essenziali per garantire buste paga d'oro, proprio mentre mancano le risorse per abbattere le liste d'attesa.

Intanto, il principio di universalità del servizio sanitario viene meno. I dati Istat certificano che quasi un quarto della spesa sanitaria nazionale esce ormai direttamente dalle tasche delle famiglie, mentre il Numero Unico 112 riceve un milione di chiamate l'anno in Liguria perché i servizi sul territorio non danno risposte e i cittadini non hanno alternative se non l'emergenza.

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La scorsa estate avevamo richiesto un sopralluogo al cantiere dello Scolmatore del Bisagno, un’opera che i genovesi aspettano da anni.

Oggi, finalmente, abbiamo potuto effettuarlo e la situazione non è confortante: dal taglio del nastro di novembre, la “talpa” ha scavato appena 200 metri. Ne mancano quasi 6.000. Siamo lontanissimi dai ritmi promessi.

Ma il vero pericolo è un altro e riguarda la vita quotidiana di tutti i residenti della Val Bisagno: a causa di questi ritardi mostruosi, salta il piano di smaltimento via mare. I 350.000 metri cubi di terra che dovevano viaggiare in galleria sul nastro trasportatore rischiano di finire su strada. Facendo due conti, parliamo di migliaia di camion, quasi 200 al giorno: un incubo quotidiano per una viabilità già al collasso.

Il tutto mentre a monte non si sono ancora concluse le operazioni di sbancamento tramite esplosivi, con l’utilizzo di 350 kg al giorno per un avanzamento di appena 3 metri.

La situazione è chiara: non c’è una regia politica, solo spot periodici.

Genova ha diritto a una messa in sicurezza idraulica che attende da troppo tempo. Ma non permetteremo che l’assenza di una seria programmazione diventi un incubo logistico per i cittadini: pretendiamo un cronoprogramma vero, un piano dei trasporti che non paralizzi la vallata e certezze sulla messa in sicurezza del litorale genovese.

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C’è un filo che tiene insieme ogni passo in politica: l’idea che l’impegno non sia mai una scelta individuale, ma sempre un gesto collettivo. È questa convinzione che mi ha spinto a impegnarmi, a cercare ogni giorno il confronto con chi ha qualcosa da dire e da costruire.

Servono spazi in più per ascoltarci, informarci, sentirci parte di una comunità politica che vuole cambiare davvero.

Questo spazio non sarà un monologo, ma un percorso di condivisione concreta. Perché oggi più che mai servono strumenti capaci di unire piazze fisiche e digitali, e ridare alla politica il suo compito più autentico: camminare, ascoltare, cambiare. Strada per strada, casa per casa.

Non io. Noi

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Simone D'Angelo